www.tprf.org: La tua arma segreta (words by Prem Rawat)

Programma di Educazione alla Pace - TPRF



Discorso di Prem Rawat alla Settimana della Pace e della Solidarietà di Mazara del Vallo - 27 maggio 2011 - Video


"Determination, understanding and clarity have to be the fundamental foundations on which peace will be built."


"Not exclusion, but inclusion."


"The day our measurements are based on our similarities and not our differences is the day we will begin to lay the foundation for peace in this world."
Prem Rawat
Watch A message of Peace by Prem Rawat

Il Peace Education Program (PEP) ha lo scopo di aiutare i partecipanti a scoprire le risorse interiori che sono loro proprie, strumenti innati per vivere, come la forza interiore, la capacità di scelta e la speranza, esplorando anche la possibilità della pace personale.
Si tratta di un programma educativo nuovo, con un piano di studi che consiste in 10 video, ciascuno incentrato su un argomento specifico, presentato e facilitato da volontari. Questi seminari, adattabili e interattivi, sono non religiosi e non settari. Il contenuto di ciascun argomento si basa su brani tratti da discorsi pronunciati da Prem Rawat in tutto il mondo.
Presentazione del PEP (in italiano)

"Uno degli aspetti meravigliosi del ridere, della felicità, della gioia e della pace, è che sono cose contagiose. Diffondete questo sentimento contagioso di pace, il bisogno di pace, in questo mondo. È di questo che abbiamo bisogno nella nostra vita. La pace è una necessità, non è un lusso." Prem Rawat


sabato 30 gennaio 2010

PRESIDIO PERMANENTE IN DIFESA DELLO ZETALAB: Programma eventi ed iniziative

Sabato 30 gennaioh 11.00 Conferenza stampah 17.00 Incontro di formazione_informazione
"Acqua bene pubblico diritto di tutt@"
dibattito con: U. Santino e D. GiannopoloDalle ore 22 "MEATMEETBEAT" Laptop music
liveset & ELectro-mash up party: DRLR
ROMANCINO,RINAUDO + OREINOI & GS:
Clabrò/Scuderi- Destruction Beat CLUSTER
BOMB
LiveVJset: MOTIONTRICK+COLOMBO
Domenica 31 gennaio
S
CIOPERO ALLA ROVESCIA dalle 10.00 in poi
sistemiamo Via Boito e lo ZetaLab
Grigliata
a pranzo
h
21.00 Concerto “Encontros e
despedidas” Florinda Piticchio voce, Gabrio Bevilacqua
contrabbasso, Aki Spadaro pianoforte

Lunedì 1 febbraio

h 17.00 Messa interculturale con Padre Notari e i laici comboniani
h 19.00 Assemblea cittadina (aggiornamento vertenza ZetaLab)h 21.00 Spettacolo teatrale “Orlando” di e con Alberto Nicolino e Dario
Compagna
h 21.00 Riunione dell’associazione Articolo 3

Martedì 2 febbraio
h 19.00 DanLeNuar - romanzo di Giacomo Guarneri
Presentano Ottavio Navarra e Preziosa
Salatino
Sarà presente l’autore
h 20.00 Z CENA (tutti cibi con la z… zucca, zucchine, zenzero…)
Sottoscrizione libera
h 21.00 Riunione Coordinamento Stop Omofobiah. 21.00 Proiezione documentario “Danilo Dolci- memoria e utopia”
Sarà presente il regista
Alberto Castiglione
Letture di Danilo Dolci con Daniele Moretto
h 21.30 Collegamento web con il VAG di Bologna

Mercoledì 3 febbraio
Dalle 18.00 Assemblea cittadina “Emergenza lavoro”h 19.00 Presentazione del documentario “Un caso di ordinaria ingiustizia. I palermitani processano la Fincantieri per il caso Palumbo”
Incontro con Salvatore Palumbo
h 20.00 Video “Radio Aut fuori dei cancelli della FIAT” e “Lotte degli operai”h 20.30 Cena sociale per il finanziamento della cassa di resistenza FIAT
h
21.30 Concerto dei C.P.F con Moffo Schimmenti

Giovedì 4 febbraio

h 18.00 compleanno Kom-Pa “Nostalgia del contemporaneo”
Incontro con Matteo di Gesù,
Marcello Faletra e Giuseppe Marsalah 19.00 Assemblea Malefimmineh 20.00 Cena sociale sottoscrizione per lo Zlabh. 21.00 Concerto MatriMia e Lalla into the Garden

Venerdì 5 febbraio

dalle ore 15,30 G.A.P. gruppi d'acquisto popolare di rifondazione comunista
h 21.00 Incontro con la cittadinanza “Cosa vuol dire vivere sotto la minaccia mafiosa” con G. Lo Verso
Dipartimento di Psicologia, Università di Palermo
P.S. Il calendario è dinamico e quindi soggetto ad integrazioni e modifiche.
Si accettano proposte da
cu e gghiè
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venerdì 29 gennaio 2010

Laboratorio Zeta - Continuano le iniziative e il dialogo con il quartiere e la città

Come può protestare per il lavoro chi il lavoro non ce l'ha?
Il 2 febbraio 1956 Danilo Dolci rispose a questa domanda organizzando il primo "sciopero alla rovescia", passato alla storia come lo sciopero "della trazzera" perchè decine di persone quel giorno lavorarono per rimettere a posto la vecchia stradina fangosa che da Partinico portava i braccianti nei campi.
Domenica 31 gennaio dalle 10.00 il Laboratorio Zeta promuove insieme a tante associazioni cittadine, (Comitato Spazio Pubblico, Circolo L’erbavoglio, Comitato per il centro storico e altri) uno “sciopero alla rovescia” per pulire e abbellire via Boito insieme agli abitanti del quartiere che in tanti in questi giorni hanno sostenuto i giovani dello Zlab e i rifugiati sudanesi.
<> dice Loriana Cavaleri. Domenica si lavorerà insieme per ripulire la strada, sistemare i giardinetti, ci saranno giornali da leggere e tavoli per giocare a carte, giochi per i bambini.
Lunedì 1 febbraio alle ore 17.00 Padre Gianni Notari ufficerà al Laboratorio Zeta una messa interculturale aperta alla partecipazione di tutta la cittadinanza.
<> Danilo Dolci
Sabato 30 gennaio alle ore 11.00 in Via Boito 7, conferenza stampa per informare la cittadinanza sull’interrogazione parlamentare in corso e la lettera al prefetto sulla situazione del laboratorio
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giovedì 28 gennaio 2010

31 gennaio, Palermo: SoleLuna, un ponte tra culture. Contonua il ciclo di proiezioni alla GAM

SOLE LUNA, UN PONTE TRA LE CULTURE
CONTINUA IL CICLO DI PROIEZIONI ALLA GAM

Continua, alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo ex convento di Sant’Anna, il ciclo di proiezioni che propone una selezione dei più bei film documentari dell’archivio dell’associazione Sole Luna, Un ponte tra le culture.

Domenica 31 gennaio 2010 alle 16.30
ISTI’MARIYAH – CONTROVENTO TRA NAPOLI E BAGHDAD
di Michelangelo Severgnini - Italia, 2006, 75’ (italiano e arabo con sottotitoli in italiano)
Un giornalista radiofonico napoletano raccoglie la storia di un giovane siriano, Shadi, come di altri giovani mediorientali. Ne emerge il ritratto di una generazione controvento, stretta tra contraddizioni e speranza, in un perenne stato di guerra. Il documentario sarà introdotto e presentato da Gabriella D’Agostino, direttore scientifico del Sole Luna Festival e dal direttore artistico Giovanni Massa.

Sole Luna, Un ponte tra le culture, presieduta da Lucia Gotti Venturato, è un’associazione onlus nata con il preciso intento di avviare processi di amicizia tra culture diverse nella profonda convinzione che la conoscenza sia l’unico tramite per la comprensione dei diversi mondi e delle loro tradizioni. Ulteriore scopo dell’associazione è l’individuazione e la promozione di giovani talenti provenienti dai paesi mediterranei. Le proiezioni proseguiranno con cadenza quindicinale.

INGRESSO LIBERO
http://www.solelunaunpontetraleculture.com/
Per informazioni: Alessandra Amorello, Via Tavola Tonda, 4
091 6268404 - 3493736127
info@solelunaunpontetraleculture.com

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martedì 26 gennaio 2010

Lazio, le scuole di italiano per stranieri: "In 500 mila rischiano di essere esclusi"

Gli insegnanti della rete dei Centri Territoriali Permanenti (Ctp) e delle scuole pubbliche con certificazione linguistica Celi criticano il nuovo regolamento che limita l’accesso ai corsi a chi deve conseguire un titolo di studio

ROMA - Limitando l'accesso a corsi di italiano per stranieri a coloro che debbano conseguire un titolo di studio, come prevede lo schema di regolamento per la riorganizzazione dei Centri d'istruzione per gli adulti, si mette a rischio l'integrazione sociale degli stranieri. E' quanto hanno affermato i dirigenti scolastici e gli insegnanti di italiano della rete dei Centri Territoriali Permanenti (Ctp) e delle scuole pubbliche con certificazione linguistica Celi, riuniti oggi al convegno "Percorsi di cittadinanza: la lingua in quanto diritto, l'italiano non più straniero".

A coordinare l'incontro Della Passarelli, presidente della cooperativa sociale Sinnos che oggi coordina la rete dei Ctp di Roma e del Lazio - nata nel 2000 e da allora cresciuta fino a coinvolgere 24 istituti scolastici nella regione – che ha commentato i più recenti dati nazionali relativi alla frequentazione della rete dei Ctp e delle scuole serali, evidenziando le alte percentuali degli utenti che sarebbero esclusi dall'insegnamento all'entrata in vigore del nuovo regolamento. Secondo i dati relativi all'anno 2007-2008, dei 402.288 utenti della rete italiana dei Ctp, meno di 50 mila stranieri hanno frequentato i corsi finalizzati al conseguimento di un titolo di studio. Molto più alti i numeri degli stranieri che secondo il nuovo schema di regolamento apparirebbero esclusi dall'insegnamento: i 230.928 che hanno frequentato corsi brevi e moduli di alfabetizzazione funzionale, i 78.877 utenti dei corsi per l'integrazione linguistica e sociale e gli 85.841 che hanno seguito i corsi del primo ciclo di istruzione.

"La finalizzazione dell'apprendimento della lingua italiana per stranieri al conseguimento di un titolo di studio – ha affermato Sandra Monaco, insegnante di italiano e responsabile per la certificazione Celi nel Lazio e della rete Ctp Celi - impedisce l'accesso al diritto all'istruzione a coloro che intendano seguire un percorso di lingua e cultura italiana, legato ai bisogni di vita, comunicativi e lavorativi, che sono la maggior parte dei nostri corsisti".

E' quindi intervenuta Chiara Peri, responsabile dell'ufficio progettazione del Centro Astalli e rappresentante della Rete Scuole Migranti, nata nell'aprile 2009 come coordinamento di associazioni che offrono corsi italiano per stranieri in contesto di prima accoglienza. Peri ha espresso preoccupazione relativa alla capacità di risposta alla domanda di apprendimento della lingua italiana, una volta che i corsi della rete Ctp fossero drasticamente ridotti: "Già oggi i nostri corsi, tenuti con personale volontario, non riescono a soddisfare una domanda che è già circa il doppio dell'offerta". Inoltre la rappresentante della Rete Scuole Migranti ha evidenziato la contraddizione emersa con una regola inserita nel pacchetto sicurezza: "Viene resa obbligatoria la certificazione della conoscenza della lingua richiesta, ma si è fatto poco per renderla concretamente accessibile".

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Da 2010/2011 tetto del 30% alla presenze degli stranieri in aula

Roma - Nota del ministero dell'Istruzione sulla presenza in classe di studenti stranieri: dal prossimo anno scolastico potranno essere al massimo il 30% in ciascuna aula. È quanto specifica la circolare inviata dal Miur a tutte le scuole che contiene "Indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione di alunni con cittadinanza non italiana". Da settembre nelle prime di elementari, medie e superiori (si parte gradualmente), dunque, non potra' essere straniero piu' del 30% degli alunni di ciascuna classe. Basta con le scuole 'ghetto' come la Pisacane di Roma, dove oltre il 90% degli alunni non parla italiano.

"Nelle ultime settimane si e' discusso molto della presenza crescente di alunni stranieri nelle scuole e classi italiane, una presenza che talvolta ha superato quella degli stessi studenti italiani- spiegano dal ministero- Con la nota inviata si vuole quindi fornire indicazioni sull'accoglienza e sull'assegnazione degli alunni stranieri alle classi". Il Miur assegnera' risorse ad hoc per l'inserimento dei bambini stranieri, soprattutto per le scuole dove si registra una maggiore concentrazione. Per evitare classi troppo affollate di immigrati si dovranno realizzare accordi di rete tra scuole e Enti locali.

Il ministero specifica che in ogni classe potra' essere straniero al massimo il 30% degli alunni. Una percentuale che potra' essere alzata se i piccoli immigrati hanno buone competenze linguistiche. Se, invece, su una scuola insistono bambini che parlano molto poco l'italiano questa percentuale potra' essere anche piu' bassa.

Dunque le scuole, al momento dell'iscrizione, dovranno procedere "ad un accertamento delle competenze e dei livelli di preparazione dell'alunno per assegnarlo, di conseguenza, alla classe definitiva" che potra' anche essere inferiore alla classe corrispondente all'eta' anagrafica.

Le scuole possono prevedere che l'inserimento in una classe di un alunno straniero sia preceduto o accompagnato da una prima fase di approfondimento della conoscenza linguistica. Per migliorare la conoscenza dell'italiano possono essere anche organizzati corsi di potenziamento tenuti, dove possibile, dice il ministero, dagli insegnanti della scuola stessa.

(DIRE)

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“Tetto” di stranieri nelle scuole dell’infanzia, le insegnanti: “Difficile da applicare”

Le testimonianze raccolte a Roma: "L’integrazione non dipende dal numero dei bimbi, ma dall’apertura delle loro famiglie. Meglio limiti più ristretti, validi solo per le scuole in cui mancano progetti per l’inserimento”

ROMA - Le scuole materne della Capitale si adeguano alla circolare comunale dell’assessore Marsilio: non più di 5 bimbi stranieri (sia nati in Italia, che fuori) per classe. Un limite imposto già in un regolamento della scuola dell’infanzia ’96, che oggi l’assessore vuole applicare, per regolarizzare le nuove iscrizioni, previste entro il 12 febbraio. Restrizione, spesso difficilmente applicabile, e che può essere trascurata, “se ci sono progetti che facilitino l’integrazione”, spiegano dalle scuole materne Deledda e Toti (dove in una classe si superano già i 5 studenti), grazie alla presenza dei mediatori culturali, messi a disposizione dal dipartimento IX.

Il limite è invece già stato rispettato, senza difficoltà, in alcune zone della Capitale. Alla scuola Giovanni XXIII, la percentuale di bimbi stranieri è bassissima: circa cinque su un totale di 180. Stessa situazione a Colli d’Oro, periferia nord di Roma, dove in qualche sezione si contano al massimo quattro bimbi stranieri: “è una zona troppo dislocata per loro”, spiega la responsabile. Alla Giulio Cesare, zona Prenestina, su 41 nuovi iscritti, finora se ne contano otto stranieri, tutti nati in Italia. “Abbiamo sempre rispettato il limite previsto dal Comune - spiegano alla scuola -, per favorire l’integrazione. È fondamentale che i bimbi stranieri siano a contatto con gli italiani”.

Ma ci sono casi in cui il tetto è difficilmente applicabile. Come in una piccola scuola sulla Cassia, che conta 77 iscritti complessivi, di cui il 70% stranieri e con singole classi che superano i 15 alunni immigrati. O come alla scuola materna Deledda, a Tor Pignattara, zona con un alto numero di immigrati.

“Un provvedimento utile ma non applicabile, soprattutto in realtà come il sesto municipio”, spiega Alessandra Ziaco, che insegna alla Grazia Deledda e l’anno scorso seguiva una classe di 22 bambini, di cui 11 stranieri. “E poi i bambini dove vanno? Bisognerebbe creare altre scuole. Il problema dell’integrazione non è tanto nel numero ma nel contesto culturale, che a volte è più chiuso. Come nel caso delle famiglie cinesi, o del Bangladesh, dove le madri non lavorano e non comunicano. Mentre i bimbi albanesi e romeni sono molto più integrati e più vicini agli stili di vita europei”.

Senza dimenticare che la maggior parte dei bimbi stranieri è nata nel nostro Paese: “Parlano l’italiano perfettamente”, spiega Maria Cernuto, maestra alla scuola Leonardo Angelini, “non dovrebbero essere considerati stranieri. E anche per quelli nati fuori Italia, non c’è mai stato alcun problema: nel giro di due mesi comprendono già tante parole. E poi sono sempre riuscita a farmi capire anche dai genitori, attraverso gesti o messaggi scritti. Ciò che conta è l’approccio: anche il bimbo immigrato è uguale agli altri”. (Maria Chiara Cugusi)

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venerdì 22 gennaio 2010

"Poca attenzione ai corsi di italiano per stranieri": appello della rete Scuolemigranti

Quantità, continuità e qualità dei corsi non coprono la domanda, con gravi situazioni logistiche, carenza di sedi e anche di volontari nel Lazio rispetto a Roma

Roma - Ancor più carente dell’area romana è la situazione per i territori provinciali di tutto il Lazio sul fronte dell’apprendimento della lingua italiana per gli stranieri. Quantità, continuità e qualità dei corsi non coprono la domanda, con gravi situazioni logistiche, carenza di sedi e anche di volontari (rispetto alla capitale). Spesso per l’impossibilità di tenere più corsi, si tengono insieme nella stessa classe studenti di livelli diversi con difficoltà didattiche notevoli, si soffre per l’approssimazione degli interventi, e in generale, per la mancanza di attenzione delle istituzioni a un problema che è decisivo per l’inclusione dei migranti. E’ l’allarme lanciato dal rapporto della rete “Scuolemigranti” per tutto il territorio regionale, con particolare riferimento ad alcune aree, come quella del litorale romano, ad alta crescita della popolazione con una forte componente immigrata, all’interno di ‘città-dormitorio’ con pochissima comunicazione tra residenti e stranieri, che “si radunano nei bar e nei giardini”.

E’ soprattutto l’isolamento l’ostacolo più grave che le associazioni di volontariato incontrano istituendo corsi di italiano per stranieri. Questo si traduce, secondo il rapporto, in “assenza di una rete di servizi e di azioni di assistenza alloggiativa, legale e lavorativa”. Per questo la rete di “Scuolemigranti”, propone percorsi di sensibilizzazione e di genellaggio tra scuole romane e proviniciali. Nella rete, infatti, nata l’anno scorso con il sostegno di Cesv e Spes, ci sono realtà molto eterogenee, dalle grandi organizzazioni come la Caritas e la Casa dei diritti Sociali a realtà più piccole con esperienze di frontiera come Asinitas Onlus e l’Associazione Di 28 ce n’è uno. L’obiettivo è di creare una comunità professionale per uscire dalla solitudine e fare ‘massa critica’, da stimolo al settore pubblico. E’ la Comunità di Sant’Egidio la realtà più grande a livello capitolino, con 2.323 iscritti nelle sue quattro scuole da Trastevere al Pigneto, seguita dalla storica scuola di via Giolitti della Casa dei diritti sociali che ospita 1400 studenti l’anno. Esperienze oramai ventennali, da cui la comunità di Sant’Egidio, ad esempio, ha tratto anche un manuale.

“Oggi dai nostri studenti vediamo un’immigrazione molto qualificata ma sottoimpiegata”, afferma Cecilia Pani, insegnante della Scuola di Trastevere, dove dal 1984 ad oggi si è visto il passaggio da una preponderanza di studenti uomini dell’Africa subsahariana e del Maghreb, alla situazione attuale con maggioranza di donne dell’Est Europa. “Tra di loro c’è una percentuale molto elevata di laureate”. Questa inversione di flussi migratori e di presenza tra i banchi, indica che Roma offre lavoro agli immigrati nei servizi domestici alla persona e nei cantieri edili, dove trovano lavoro coloro che provengono dall’ex Unione Sovietica. “Inoltre anche la composizione delle classi sta cambiando – spiega ancora Pani – negli ultimi quattro anni sono aumentate le richieste per corsi di livello più elevato. Tanto che abbiamo un numero uguale di lezioni per principianti e per livelli più alti”.

Esperienze più informali e di frontiera sono anche quelle di piccole associazioni, che si scontrano con la mancanza di sedi per svolgere i corsi. La Scuola “Insensinverso” che opera nei quartieri Magliana e Montagnola è riuscita a coinvolgere anche mamme di cultura islamica in classi miste attraverso l’espediente di laboratori per i loro bambini. Ma da quando esiste, dal 2006, sta cercando una collocazione stabile. “Una battaglia lunga e faticosa per avere un locale”, spiegano Simone Sestieri e Laura Basta, insegnanti, “il primo anno eravamo ospiti della Consulta del volontariato del quindicesimo municipio, poi del comitato di quartiere della Magliana, da un anno siamo in trattativa con il municipio per l’affidamento dei locali di un ex centro anziani, ma per ora dobbiamo chiedere l’autorizzazione ogni settimana per il giorno in cui li usiamo”. Il loro sogno è di costituire un’officina culturale gestita paritariamente da italiani e migranti. “Senza casa” è anche l’associazione “Di 28 ce n’è uno” che opera alla Garbatella e nella bassa Sabina e tiene le lezioni a casa dei volontari o degli studenti con corsi individuali o minigruppi al massimo di cinque persone, focalizzati sui bisogni dell’apprendente e su materiali innovativi da youtube alle chat. (rc)


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24 gennaio, Palermo: prossimo incontro organizzativo Primo Marzo 2010 a Palermo


Il prossimo incontro organizzativo per la Giornata del Primo Marzo 2010 a Palermo si terrà il prossimo 24 gennaio (domenica) a partire dalle 19.00 presso il Giardino di Madre Teresa, Piazza dell'Origlione, 17
(corso V. Emanuele, traversa V. del Protonotaro, di fronte la biblioteca regionale; raggiungibile anche da Santa Chiara, quartiere Ballarò).

Durante l'ultimo incontro è stata scelta una domenica per dare maggiori possibilità a tutti, in particolare agli amici stranieri, di poter partecipare numerosi. Ci raccomandiamo quindi di estendere quanto più possibile l'invito a quanti finora non hanno potuto partecipare. La presenza agli incontri, anche solo per un'ora, è fondamentale per la comunicazione.

L'incontro prevede una prima parte generale di aggiornamenti e la successiva costituzione di gruppi di lavoro secondo le seguenti aree, individuate nel corso dell'ultimo incontro:

- GRUPPO CONTATTI CON LE COMUNITA' STRANIERE E RILEVAMENTO BISOGNI

- GRUPPO AZIONI CREATIVE

- GRUPPO MEDIA E COMUNICAZIONE

- GRUPPO LOGISTICA

- GRUPPO INFORMATIVO (distribuzione volantini, ecc.)

- GRUPPO FUND RAISING.

Altri gruppi potranno se necessario essere costituiti.

Comunichiamo che il Comitato promotore di Palermo aderisce e sostiene la protesta del Laboratorio Zeta e che parteciperà alla
MANIFESTAZIONE PER UNA CITTA' LIBERA, ANTIRAZZISTA, SOLIDALE

Luogo: Laboratorio Zeta/Presidio permanente, Via A.Boito 7

Ora: sabato 23 gennaio 2010 16.00

Vi segnaliamo le cartoline tematiche (badante, cantiere, ecc.) realizzate dal Comitato promotore di Genova (anche tradotte in altre lingue, possono essere trovate e scaricate qui http://laboratorio8.wordpress.com/1-marzo-2010-24-ore-senza-di-noi/ )

Comunichiamo infine che è nato un secondo comitato siciliano a Siracusa primomarzo2010siracusa@gmail.com
Gruppo su Facebook:

Vi aspettiamo NUMEROSISSIMI!

Mailing list Palermo
primomarzo2010palermo@gmail.com

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Il Primo Marzo 2010 E' ALLE PORTE!

--

Mailing list nazionale
primomarzo2010@gmail.com

giovedì 21 gennaio 2010

Effetto Rosarno su romeni, africani e filippini: se scioperano città paralizzate


Anziani, negozi e camion senza stranieri tutto fermo

Andrea rossi, LA STAMPA, T
orino

Se Florin dovesse rifiutarsi di salire sul suo camion, Anil di mungere le mucche, Dorina di assistere i due anziani cui bada ogni giorno dell’anno, Yewande di caricare e scaricare le cassette di verdura, Aleksander di raccogliere la frutta, Slator di mettere i mattoni uno in fila all’altro, Luz di correre su e giù per i corridoi dell’ospedale, Akram di fare il pane e Fadi di lavare i piatti sarebbe un bel guaio. «Altro che guaio - sorride Florin, che di cognome fa Iancu, arriva dalla Romania e lavora in una piccola ditta di autotrasporti - Torino sarebbe paralizzata.

Anziché minacciare di buttarci tutti fuori, capireste che senza di noi non ce la potete più fare». Lo dice con un’aria di sfida. E forse ha ragione. Chissà se succederà davvero, il primo marzo o un altro giorno: tutti a casa, braccia incrociate, nessuno straniero al lavoro. A Torino ci sono 60 mila lavoratori regolari stranieri. E ce ne sono altri - centinaia - che sfuggono alle statistiche, ma ci sono, e ingrossano le file del lavoro irregolare.

Basta quest’esercito per paralizzare una metropoli come Torino? Sì, perché nel tempo si è ammassato in una serie di comparti diventati cruciali. Se Florin Iancu e tutti i suoi colleghi decidessero di starsene a casa forse il latte non arriverebbe sugli scaffali dei supermercati, e nemmeno la frutta e l’acqua minerale. Nel Torinese esistono circa 5200 «padroncini», titolari di piccole o medie imprese di trasporti; 800, il 15 per cento, sono stranieri. Dei 20 mila autisti almeno il 30 per cento non è italiano. «Le consegne sarebbero a rischio», dice Iancu. «Il 20-30 per cento delle merci non arriverebbe a destinazione». Non partirebbero nemmeno. Rimarrebbero stipate nei magazzini del Centro agroalimentare, dove ogni giorno si vanno a rifornire negozianti e venditori nei mercati rionali. Antonio Carta, che è il presidente, sa che il Caat andrebbe al collasso.

«Tutta la movimentazione - carico e scarico delle merci - sarebbe pressoché impossibile». Ha ragione: dei 576 addetti appena 179 sono italiani. Gli altri 397, quel giorno, sarebbero tutti a casa. A monte c’è un problema ancora più serio. Perché un prodotto finisca sugli scaffali di negozi o supermercati ci vuole chi lo scarica e chi lo trasporta, ma soprattutto chi lo produce e lo lavora. Per latte e frutta non si porrebbe nemmeno il problema: resteremmo senza anche se i Tir viaggiassero a pieno regime. Non ci credete? Sappiate che nelle grandi stalle la mungitura è assicurata dagli stranieri. E nella zona di Carmagnola, dove si concentrano alcuni tra i maggiori produttori del Torinese, si è da tempo insediata una robusta comunità d’indiani.

Un caso? Niente affatto: gli indiani, per tradizione, sono abilissimi mungitori, e nell’ultimo decennio a centinaia sono andati a rimpiazzare gli italiani. Non è finita. Riccardo Chiabrando, che è il presidente provinciale della Coldiretti, è titolare di un’azienda ortofrutticola piuttosto grande nel Pinerolese. «Abbiamo 22 lavoratori stagionali. Sono tutti stranieri: albanesi, polacchi, romeni, bengalesi, afghani. Sarebbe un disastro senza di loro». Gli stranieri sono circa il 70 per cento di chi lavora nei campi e raccoglie la frutta. Se il primo marzo - o il giorno del «grande sciopero» - non arrivassero le mele, il signor Giovanni resterebbe senza frutta. Ma se anche ne avesse una scorta in casa resterebbe senza lo stesso, perché mancherebbe la sua Dorina, che ogni giorno gliela sbuccia e gli prepara da mangiare. Se le colf di Torino sparissero tutte insieme migliaia di famiglie troverebbero la casa in disordine, i pavimenti sporchi, le camicie non stirate, si dovrebbe stare a casa dal lavoro per guardare i bambini e assistere gli anziani.

A Torino quasi il 90 per cento delle collaboratrici familiari sono straniere. «Io assisto un anziano notte e giorno», racconta Dorina Corobca, una colf moldava. «I suoi figli lavorano, non se ne possono occupare. Senza di me resterebbe da solo». E, se avesse bisogno di cure urgenti, rischierebbe di trovare gli ospedali intasati. Colpa degli infermieri stranieri: sono circa 1600 su 13 mila, il 12 per cento. Per poter assistere suo padre in assenza della colf moldava il figlio del signor Giovanni dovrebbe essere un impresario edile, perché anche lui avrebbe ben poco da lavorare. Almeno metà dei suoi muratori non si presenterebbe al cantiere. Dei 17 mila iscritti alla cassa edile, infatti, quasi la metà è nato all’estero. Forse allora ha proprio ragione Florin Iancu: «Sperate che non accada mai. Torino sarebbe paralizzata».

Fonte: La Stampa.it



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Palermo, sgombero Laboratorio Zeta: si cerca una soluzione

Ieri circa 500 persone hanno manifestato la loro piena solidarietà agli attivisti e ai migranti sudanesi, che da due giorni vivono in strada sotto le tende. Una delegazione ricevuta in comune.

PALERMO – In 500 hanno risposto per appoggiare la causa del Laboratorio Zeta, dopo lo sgombero avvenuto in questi giorni, che ha lasciato sulla strada 30 sudanesi, rifugiati politici che per il momento vivono accampati. La comunità di sudanesi ha trascorso la notte al freddo e alla pioggia riparandosi e dormendo all’interno di 7 tende da campeggio.

All’interno dell’area, presidiata dalle forze dell’ordine nessuno può entrare. I migranti possono uscire dallo spazio solo per ricevere alimenti, coperte e materiale primario per la loro permanenza sulla strada. Alle 17 di ieri, davanti ad uno spiegamento di cinquanta appartenenti alle forze dell’ordine, in 500, tra cittadini, giovani universitari, attivisti dello Zeta-lab e immigrati, hanno manifestato la loro piena solidarietà alla causa dello Zeta-laboratorio e ai migranti sudanesi.

Nel primo pomeriggio di ieri una delegazione dello Zeta è stata ricevuta dall'assessore comunale al Patrimonio Giovanni Di Giovanni che ha prospettato una soluzione temporanea per i migranti sudanesi. Pur accettando di visionare la struttura dove dovrebbero andare, la comunità sudanese ha dichiarato di non volere accettare “soluzioni tampone”, né di volere scindere la propria condizione da quella degli amici dello Zetalab. “L’assessore Di Giovanni si è impegnato inoltre a chiedere un tavolo con il prefetto per discutere della riapertura della sede dello Zetalab. Intanto ai migranti è stata fatta la proposta di accettare una sistemazione tampone all’interno di un edificio ubicato nelle adiacenze del carcere Ucciardone – sottolinea Loriana Cavalieri del collettivo Zetalab -. Aspettiamo che il comune si assuma le sue precisa responsabilità prendendo consapevolezza di quello che è stato finora tutto il nostro operato a favore della causa dei nostri compagni rifugiati sudanesi”. Venerdì mattina, intanto una delegazione dello Zeta-lab incontrerà il direttore dell’IACP Salvatore Giangrande.

Alle 13 di ieri è arrivata in via Boito la delegazione UNHCR(Alto Commissariato Nazioni Unite per i Rifugiati) ma il cordone di Polizia le ha impedito di avvicinarsi ai rifugiati sudanesi, consentendo solo ai migranti di lasciare la loro posizione di presidio. Solo dopo alcune telefonate, la delegazione è stata autorizzata a superare lo sbarramento delle forze dell'ordine e a conversare tranquillamente con i migranti in prossimità dell'accampamento. Solo in tarda serata, dopo una lunga trattativa per consentire alla protezione civile di approntare un campo di emergenza, le forze dell'ordine hanno lasciato il presidio, alleggerendo la tensione provocata anche con i residenti della strada. Contemporaneamente alle attività del presidio, sabato prossimo si svolgerà la manifestazione cittadina “Per una città libera, antirazzista, solidale con sé stessa”. Domani alle 18 il Laboratorio Zeta allestirà, se è il caso anche all’aperto, la proiezione de: “La Terra (e) strema” un film di Angela Giardina Enrico Montalbano e Ilaria Sposito che affronta il lavoro agricolo dei migranti nelle terre siciliane. (set)

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mercoledì 20 gennaio 2010

Palermo, sgomberato il Laboratorio Zeta

Nonostante le resistenze, le forze dell’ordine hanno portato a termine l’operazione e stanno procedendo all’inventario dei beni. Il posto dei profughi sudanesi sarà preso dai bambini di un asilo privato.

PALERMO - Nonostante i tentativi di resistenza lo sgombero del Laboratorio Zeta di Palermo (che ospita una trentina di migranti sudanesi, tutti con lo status di rifugiato politico) è avvenuto. Per il momento le forze dell’ordine stanno facendo l'inventario dei beni presenti all'interno della struttura.

L'atto di sgombero è avvenuto subito dopo la proposta dell''assessore comunale al Patrimonio all'associazione Aspasia, assegnataria dell'immobile, di fruire di un altro immobile dove gestire un asilo. L'associazione tuttavia non ha voluto trattare. E così adesso, in una struttura finora adibita all'esercizio di funzioni pubbliche (da 9 anni il Laboratorio Zeta porta avanti progetti di integrazione per immigrati scappati dalla guerra in Darfur), sorgerà invece un asilo privato.

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VERGOGNA ITALIANA: sgomberato il laboratorio Zeta

Oggi si è consumato l'ennesimo, gravissimo danno alla democrazia partecipata, da parte delle istituzioni preposte alla salvaguardia delle democrazia stessa.

Il Laboratorio Zeta di Palermo, da 10 anni simbolo concreto di lavoro sociale di base, punto di incontro della società civile, sede di corsi, incontri, seminari, manifestazioni artistiche, da anni alloggio unico possibile - data la latitanza delle amministrazioni - per decine di immmigrati richiedenti asilo, è stato sgomberato con la forza.

In queste ore si svolge un'assemblea cittadina permanente, in via Boito 7, davanti ai locali dello Zetalab, ormai ex.

Per i particolari del momento, si può leggere come prima approssimazione l'articolo:

http://palermo.repubblica.it/dettaglio/Sgomberato-il-Laboratorio-Zetafuori-trenta-rifugiati-del-Darfur/1833667

ma i fatti sono riportati in tempo reale da numerosi blog locali e nazionali, nonché da vari gruppi su Facebook, tra cui "ZETALAB NON SI TOCCA".


Per chi crede che la democrazia in Italia vada difesa ormai - con mezzi pacifici e nonviolenti - palmo a palmo su tutti i terreni (sociale, politico, culturale, pegagogico etc), sostenere lo Zetalab è fondamentale.

Anche fare un semplice atto di presenza con il cuore, iscriversi al gruppo, mandare un messaggio di solidarietà, in mancanza d'altro è un fatto importante.

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Uno dei siti più vicini allo Zetalab - per accedere a notizie in tempo reale - è kom-pa "osservatorio transmediale nella città in mutazione"

http://www.kom-pa.net/

martedì 19 gennaio 2010

Primo Marzo 2010: l'adesione di Emergency

“Noi ce ne possiamo anche andare via, ma voi?”

È la dichiarazione rilasciata alla stampa da una giovane donna, migrante, durante il sit-in di sabato 9 gennaio a Roma, organizzato per esprimere solidarietà agli immigrati dopo i fatti di Rosarno. È una dichiarazione che ci sentiamo di riprendere e sottoscrivere a pieno, non solo per dare nuovamente voce a chi subisce sulla propria pelle, in prima persona, la gravità degli accadimenti di questi ultimi giorni, ma anche per sottolineare il senso di civiltà, l’attenzione e la sensibilità, persino la preoccupazione, che essa porta con sé. Perché sì, insieme a “che ne sarà di voi?”, viene da chiedersi: “ma noi?” Noi - chiunque questo pronome voglia comprimere in sé, e che Emergency riesce solo a concepire come inclusivo, non esclusivo di umanità alcuna -, noi che ci siamo e che restiamo in questo Paese, come pensiamo di poter continuare lungo questa china? Cosa resterà di noi, di tutto? Quale quotidiano e quale domani ci toccherà affrontare? E non solo, ovviamente, da un punto di vista pratico (“Chi curerà i nostri anziani e i nostri bambini? Chi si occuperà di tutti quei lavori necessari che gli italiani non vogliono più fare?”), ma soprattutto, molto più importante, da un punto di vista etico, umano: come potremmo, ad esempio, insegnare ai nostri italianissimi figli che è sbagliato picchiare il compagno di classe per rubargli un cellulare, se invece accettiamo che parte della popolazione che risiede sul nostro suolo sia resa schiava, privata dei più elementari diritti, e minacciata, aggredita, cacciata se si azzarda a protestare?

Come sempre, Emergency crede che i diritti, più che declamati, vadano messi in pratica. Come facciamo dal 2006, nel nostro Poliambulatorio di Palermo, che offre assistenza sanitaria gratuita ai migranti, con o senza permesso di soggiorno, ma anche alla popolazione italiana in stato di bisogno. E il nostro concreto impegno per il 2010 è la ricerca di spazi e di disponibilità per aprire altre strutture sanitarie, in Italia, sul modello di quella di Palermo. Un impegno che ha bisogno della collaborazione delle istituzioni e di tutti i cittadini che si riconoscono nel dovere dell’accoglienza a chi approda in questo Paese fuggendo la guerra e la povertà che continuano ad essere seminate nel mondo.

Emergency aderisce con convinzione alla mobilitazione dei migranti organizzata per il 1° marzo 2010. Consapevoli che loro, i migranti, difficilmente potranno partecipare: proprio perché i più deboli, i più ricattabili. Proprio per questo motivo riteniamo importante la partecipazione di quanti possono (ancora?) godere di questo diritto. E per dare una volta di più concretezza alla nostra adesione, i dipendenti di Emergency che, nella giornata del 1° marzo, aderiranno alla mobilitazione devolveranno la giornata di lavoro al Poliambulatorio di Palermo e invitano volontari e sostenitori a fare altrettanto. E invitiamo tutti a porsi la domanda: “Loro se ne possono pure andare, ma noi?"

Cecilia Strada

Presidente Emergency


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Un popolo di pura razza meticcia: verso il Primo Marzo 2010



Popolo
è un termine che va molto di moda di questi tempi. Cedendo alla tentazione di giocare con le parole, verrebbe da dire che “spopola”.

In un’Italia che stenta a ricordarsi chi è, esiste un popolo che da un lato ha saputo e sa preservare la parte migliore della sua cultura e del suo più illustre passato; dall’altro è stato ed è in grado di andare al passo coi tempi, intercettando ciò che di nuovo è emerso ed emerge al suo interno, inglobandolo in sé e valorizzandolo, perché lo considera patrimonio indispensabile per la sua sopravvivenza.

Questo popolo è meticcio per natura, come d’altra parte lo è gran parte dell’umanità. A ben pensarci, forse tutta, visto che Adamo ed Eva sono già morti da un pezzo. Che uno di loro fosse nero o giallo? storpio o nano? Che di Adamo ed Eva ne siano esistiti altri, in altre parti del globo? Questo, non ci è dato più di saperlo.

Il popolo di cui qui si parla è un popolo di pura razza meticcia.

Ha pelli di tutti i colori: nere, gialle, rosse, olivastre, pallide. Ama i colori. Tutti. E non ha una lingua, le ha tutte. In particolare una: quella della comunicazione.

È un popolo meticcio per cultura, vivere in mezzo alle differenze non gli fa paura, perché ha imparato che la diversità è solo l’altra faccia dell’unicità insita in ogni essere umano.

Questo popolo non ha confini di nessun tipo, è apolide e fa della capacità di sconfinarsi continuamente la sua bandiera, al di là di qualsiasi confine geografico, linguistico, religioso e di qualsiasi altra categoria culturale.

È volatile e non disdegna di viaggiare, tanto da riuscire a vincere l’istinto di attaccamento al territorio, stabilendosi in altri territori del pianeta più accoglienti e generosi di opportunità. È un popolo in movimento che fa della Terra la sua casa, perché ha capito che “casa” è lì dove scegli di stare, qualsiasi ne sia la ragione.

Non ha un nome, questo popolo, e ne ha tanti; non è iscritto all’anagrafe e attraversa tutte le anagrafi del mondo. Non compare in nessun atlante etnografico. Forse è sempre esistito, dovunque e in ogni tempo ci siano state guerre, espropriazione di terre e violazione dei diritti umani, ipocrisie e soprusi, negazione dell’uno sull’altro… ma anche solidarietà e senso di responsabilità, intelligenza ed emozioni, ottimismo e tenacia di credere nell’ineluttabile forza della vita.

In Italia e ovunque ci siano italiani nel mondo, potremmo chiamarci stranitaliani o itastranieri, straitaliani o istraliani, se proprio bisogna nominarci in qualche modo. Noi ci chiamiamo per nome: Filomena, Osvaldo, Hubrecht, Jacques, Mohammed, Yoko, János, Belete e così via. Al massimo ci chiediamo “Da dove vieni? Dove vivi?” Per il resto, sappiamo bene dove vogliamo andare: ovunque ci sia possibilità e voglia di stare insieme, di condividere il tempo e lo spazio della vita, senza distinzioni di razza, lingue, cibo, pelle, diritti.

I diritti umani – di tutti gli umani – non hanno confini né nazionalità.

L’Italia lo dimentica troppo facilmente. O fa finta di non saperlo.

Siamo stanchi di doverglielo ricordare di continuo e di dover lottare per qualcosa che già ci appartiene. Per natura.

Per questo io e molti altri – a Milano, Genova, Bergamo, Vicenza, Brescia, Bologna, Prato, Ancona, Perugia, Roma, Napoli, Palermo – abbiamo scelto di confluire nel movimento Primo Marzo 2010, per dare e darci voce: italiani e stranieri insieme.

Per sostenere questo nostro popolo di pura razza meticcia nel suo desiderio di manifestarsi.

Tindara Ignazzitto

Mailing list nazionale primomarzo2010@gmail.com

Blog http://primomarzo2010.blogspot.com/

Mappa dei comitati italiani

Facebook nazionale

Facebook Palermo



POST SCRIPTUM
Personalmente non posso sottrarmi al mio senso di coerenza e responsabilità.
Insegnando italiano come lingua seconda in Italia da più di dieci anni, lavoro grazie alla presenza di stranieri sul nostro territorio e dovunque nel mondo ci sia qualcuno che ha voglia o bisogno di conoscere la nostra lingua e la nostra cultura. Sarei un’ipocrita e un’irresponsabile, se mi sottraessi all’impegno di sostenere la battaglia sacrosanta per il diritto di chiunque scelga di stabilirsi e di vivere decorosamente nel nostro Paese senza la paura di dover fuggire o essere perseguitato.
Penso che tutti gli italiani e le italiane – e siamo in tanti – che lavorano grazie a chi viene definito “straniero”, dovrebbero impegnarsi in questa importante battaglia di crescita civile.

Pubblicato su Il Due Blog Il Blog di Italiano per Stranieri


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lunedì 18 gennaio 2010

Catania, gli ambulanti senegalesi chiedono di essere regolarizzati

18/01/2010

Progetti d’integrazione, corsi di formazione nel settore agricolo e spazi autorizzati in strada e nei centri commerciali per vendere prodotti artigianali: Gli immigrati, regolari, protestano contro il trattamento dei vigili urbani.

PALERMO – La comunità di senegalesi che vive a Catania chiede al comune di regolarizzare la propria attività di ambulante. L’accoglienza che hanno ricevuto dai cittadini catanesi li ha spinti a richiedere all’amministrazione comunale la possibilità di uscire dallo stato di venditori abusivi per regolarizzare la loro attività. In particolare propongono la creazione all’interno del centro storico etneo di uno spazio mercatale dove possono vendere i loro prodotti artigianali e di avere un’area anche all’interno di alcuni centri commerciali.

In vista di questo sono tutti disposti a tassarsi per potere pagare l’affitto di un negozio che diventi la vetrina dei loro prodotti artigianali, tutti provenienti dall’Africa. Una strada dove tutti potrebbero essere identificati e identificabili e dove nessuno potrebbe vendere prodotti falsi, taroccati o contraffatti.

Inoltre chiedono anche di potere partecipare a dei corsi di formazione nel campo dell’agricoltura, delle tecnologie e dell’energia alternativa al fine di acquisire quelle competenze idonee a poterle mettere in pratica nel loro Paese d’origine dove in futuro pensano di ritornare. Il bisogno di regolarizzare la loro attività ambulante è nato anche dall’avere subito atteggiamenti molto aggressivi da parte di alcuni vigili urbani e delle forze dell’ordine. Atteggiamenti che la comunità senegalese ha segnalato al comune come “discriminatori e lesivi della loro dignità”. In particolare lamentano il fatto che in caso di fermo, i vigili urbani non tengano conto dei documenti in regola. Inoltre spiegano dal comune “è capitato con alcuni immigrati, muniti di permesso di soggiorno e scoperti a vendere merce contraffatta, che qualcuno abbia sequestrato la merce e i soldi ma non abbia fatto verbale e dunque non ne sia rimasta traccia formale. E che abbia argomentato che conveniva anche all’immigrato perché diversamente rischiava di non avere rinnovato il permesso di soggiorno”.

Per questo motivo adesso sono loro che chiedono alle istituzioni competenti maggiori controlli proprio sull’operato di chi è addetto all’ordine pubblico. Secondo il dossier Caritas/migrantes 2009 i senegalesi costituiscono il gruppo straniero da più lungo tempo presente in Italia, tra le comunità di una certa consistenza numerica sono quelle a più spiccata prevalenza maschile. (set)

© Copyright Redattore Sociale

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30 gennaio, Palermo: Presentazione Festival Energie Alter-Native e proiezione Film "The Age of Stupid"



Sabato 30 gennaio 2010 alle ore 20.30

Aperitivo ALTER-NATIVO A KM ZERO
Presentazione
Festival Energie Alter-Native 2010
il primo e unico festival in Italia dedicato alle
energie rinnovabili

Proiezioni VIDEO
"The Age of STUPID"
e FOTO Festival

Serata associativa ENERGIE ALTER-NATIVE
presso Centro Coreografico L'ESPACE Palermo

Via G. B. F. Basile 3 - Palermo

INGRESSO LIBERO

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domenica 17 gennaio 2010

Rosarno, con i contributi Ue gli stranieri non servono più

Ora che l'Unione Europea paga in base agli ettari la manodopera in nero diventa scomoda. Anche perché, diversamente dai calabresi, si ribella. Parola di Antonio Nicaso, che di Calabria e mafie se ne intende

14 gennaio, 2010 -
di Luca Di Garbo

“Gli extracomunitari a Rosarno non servono più”. A sostenerlo è Antonio Nicaso, giornalista e scrittore, tra i più autorevoli esperti di ‘Ndrangheta e autore di “Fratelli di Sangue”, libro scritto a quattro mani col magistrato Nicola Gratteri.

“La 'Ndrangheta si è sempre caratterizzata per questa strategia di muoversi sotto traccia”, sottolinea Nicaso: “negli ultimi tempi ci sono stati però dei cambiamenti di rotta. Duisburg, l'omicidio Fortugno, hanno fatto vedere una 'Ndrangheta diversa dal solito. A Rosarno è accaduto che la 'Ndrangheta ha motivato la reazione degli extracomunitari”.

Dietro ai fatti di Rosarno secondo lei c'è quindi la mano dei clan? E perché?

Perché Rosarno non ha più bisogno di extracomunitari. Dal 2007 l’Europa assegna contributi all’agricoltura non sulla base del raccolto ma dell'estensione del terreno, si paga a ettari e non a chili, quindi non conviene più raccogliere le arance. Finora l’economia della piana di Gioia Tauro si è retta quasi esclusivamente sulle truffe e sulle stime gonfiate di produzione. Sono truffe alla comunità europea. Il lavoro che un tempo facevano i contadini della Calabria è passato poi nelle mani degli extracomunitari, il problema è che essi hanno reagito ai soprusi della ‘Ndrangheta mentre i contadini per decenni hanno piegato la testa. E' successo adesso ma poteva succedere anche prima, la situazione era al collasso.

Cosa dimostrerebbe il coinvolgimento della Ndrangheta nei fatti di Rosarno?

C'è una informativa che è stata inviata alla Procura della Repubblica di Palmi e che documenta tutta questa vicenda e mette proprio a nudo il coinvolgimento della 'Ndrangheta (ndr cui fa riferimento anche l’agenzia di stampa Reuters). E' stata la 'Ndrangheta a provocare sparando a un extracomunitario provvisto di visto di soggiorno. E' stata una reazione quasi indotta, provocata. Tra le persone arrestate dopo gli scontri figura anche il figlio di un capo bastone di quella zona, Antonio Bellocco, figlio di Giuseppe arrestato nel 2007 che sta scontando un ergastolo. Da intercettazioni ambientali il fratello maggiore di Antonio durante una conversazione registrata dalle forze dell'ordine in carcere dice ad Antonio "tu sei il rappresentante del casato".

In che modo la ‘Ndrangheta controlla il mercato del lavoro?

Alcune inchieste hanno accertato il coinvolgimento della 'Ndrangheta non solo per quanto riguarda gli sbarchi e gli arrivi degli extracomunitari, ma anche nella sistemazione e collocazione degli immigrati sul mercato del lavoro, soprattutto quello nero. Gli immigrati che sbarcavano in Calabria venivano dirottati a Crotone e poi finivano agli ortomercarti di Fondi e di Milano, tutto un circolo gestito dalla 'Ndrangheta. Quanto a Rosarno, la ‘Ndrangheta voleva un territorio libero. La Calabria è una regione che ha sovranità limitata, sottratta alla potestà dello Stato e in mano alle cosche mafiose e a politici indifferenti se non collusi con la criminalità.

In che modo quello che è successo a Rosarno favorisce la criminalità organizzata?

Il problema è il caporalato. In Italia non esiste il reato del caporalato. Come pensa il potere politico di combattere il problema del lavoro nero se non esiste un reato di caporalato e per il lavoro nero esiste solo una sanzione amministrativa? (ndr nei giorni scorsi il ministro Maroni ha riferito in parlamento su Rosarno, annunciando un giro di vite nei confronti delle imprese che arruolano illegalmente manodopera - per guardare l’intervento completo del ministro dell’Interno clicca qui). Tutti sapevano che gli operai guadagnavano 20 euro e che 5 euro finivano in mano ai caporali.

Gli extracomunitari, com’è successo anche a Castel Volturno, si ribellano: adesso verranno sostituiti dai rumeni che essendo in un contesto europeo non hanno bisogno di permessi. Più che criminalizzati gli immigrati andrebbero presi ad esempio perché hanno fatto quello che i calabresi non hanno mai fatto: alzare la testa.

Potrebbe succedere anche altrove?

Bisogna chiedersi quante Rosarno ci sono ancora in Italia. Ci sono polveriere che prima o poi esploderanno. Il problema del caporalato non è solo in Calabria o in Sicilia, ma anche a Fondi, dove c'è un grosso ortomercato o a Milano.

Se non affrontiamo e risolviamo il problema dello sfruttamento degli extracomunitari ci potrebbero anche essere tante altre Rosarno, non è una questione di ordine pubblico ma culturale.

Prima la bomba alla Procura di Reggio poi Rosarno, cosa sta succedendo in Calabria?

La 'Ndrangheta è forte ma mai come in questo momento sta sentendo la pressione dello stato. Si sta verificando un fenomeno nuovo ovvero l'applicazione della legge Rognoni La Torre. Per i mafiosi è un problema quando ti toccano negli interessi e nel portafoglio. Inoltre adesso in appello, grazie alla nuova legge, non c’è più il patteggiamento concordato. Prima un condannato per vent’anni finiva per trascorrere in carcere 5 o 6 anni.

Pignatone (ndr Procuratore di Reggio Calabria) ha messo a punto una struttura molto efficiente, adesso ha degli uomini con i quali fare una lotta seria alla criminalità organizzata. Quanto all’attentato alla sua Procura, tradisce il nervosismo di alcune famiglie che vorrebbero fare di più ma si scontrano col veto di altre famiglie che preferiscono muoversi sotto traccia anche perché ci sono grossi interessi in gioco: c’è il ponte sullo stretto, l’Expo di Milano, una guerra in questo momento tra stato e 'Ndrangheta sarebbe controproducente.

In che senso?

Nel senso che se la ‘Ndrangheta si mette a fare la guerra contro lo stato con tutti gli interessi forti legati alle opere pubbliche legate all'Expo di Milano è come se facesse harakiri, ma ci sono famiglie che sono stanche della pressione della magistratura reggina. C’è gente che vorrebbe reagire ma c’è altra gente che dice che non è momento.

Guarda anche:

A Bari oltre 300 immigrati. Rosarno, ruspe ancora al lavoro
Rosarno, non è sempre stata guerra
"Io da otto anni a Rosarno, mi sento integrata"
Rosarno, immigrati trasferiti. Demoliti gli accampamenti
Rosarno, l'inferno della baraccopoli "nera"
Saviano a SKY TG24: gli immigrati difendono anche i nostri diritti

Fonte: TG24.sky.it

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sabato 16 gennaio 2010

Morire nel deserto, di Fabrizio Gatti: Un filmato documenta la tragica fine degli immigrati espulsi dalla Libia. Così come prevede l'accordo siglato tra Berlusconi e Gheddafi


Le mani nere sollevate ad afferrare l'aria. Pochi passi oltre, il vento sulla camicia anima la smorfia dell'ultimo respiro di una donna. E subito accanto, il corpo di un ragazzo ancora chino nella preghiera da cui non si è mai rialzato. Muoiono così gli immigrati. Così finiscono gli uomini e le donne che non sbarcano più a Lampedusa. Bloccati in Libia dall'accordo Roma-Tripoli e riconsegnati al deserto. Abbandonati sulla sabbia appena oltre il confine. A volte sono obbligati a proseguire a piedi: fino al fortino militare di Madama, piccolo avamposto dell'esercito del Niger, 80 chilometri più a Sud. Altre volte si perdono. Cadono a faccia in giù sfiniti, affamati, assetati senza che nessuno trovi più i loro cadaveri. Un filmato però rivela una di queste stragi. Un breve video che 'L'espresso' è riuscito a fare uscire dalla Libia e poi dal Niger. Un'operazione di rimpatrio andata male. Undici morti. Sette uomini e quattro donne, da quanto è possibile vedere nelle immagini.

Il video è stato girato con un telefonino da una persona in viaggio dalla Libia al Niger lungo la rotta che da Al Gatrun, ultima oasi libica, porta a Madama e a Dao Timmi, avamposti militari della Repubblica nigerina. È la rotta degli schiavi. La stessa percorsa dal 2003 da decine di migliaia di emigranti africani. Uomini e donne in cerca di lavoro in Libia, per poi pagarsi il viaggio in barca fino a Lampedusa. Secondo la data di creazione del file, il video è stato girato il 16 marzo 2009 alle 12.31. L'ora centrale della giornata è confermata dall'assenza di ombre nelle immagini. L'uomo che filma è accompagnato da una pattuglia militare. Per una breve sequenza, si vede un fuoristrada pick-up con una mitragliatrice. Le 11 persone morte di sete sarebbero arrivate fino a quel punto a piedi. Si sono raccolte vicino a una collina di rocce e sabbia. Forse speravano di avvistare da quell'altura un convoglio di passaggio e chiedere aiuto. Addosso o accanto ai cadaveri, scarpe e pantaloni di marche che si comprano in Libia. Intorno non ci sono altri fuoristrada o camion. Non ci sono strade né piste battute. È una regione del Sahara in cui ci si orienta solo con il sole e le stelle.

In quei giorni migliaia di emigranti dell'Africa subsahariana salgono in Libia da Agadez, l'ultima città del Niger, ancora isolata dal mondo per la guerra civile tra l'esercito e una fazione di tuareg. Dalla fine del 2008 si contano almeno 10 mila emigranti in partenza ogni mese, dopo una lunga interruzione del traffico di clandestini. I passatori del Sahara riaprono gli affari sfruttando la ribellione tuareg, sostenuta dalla Francia per ottenere lo sfruttamento del secondo giacimento al mondo di uranio, a Imouraren, vicino ad Agadez. Il 2 marzo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è invece in Libia per siglare l'ennesimo accordo con il colonnello Muhammar Gheddafi. È la visita in cui Berlusconi porge le scuse per l'occupazione coloniale. Quella in cui i governi di Roma e Tripoli mettono le basi per la collaborazione nei pattugliamenti sottocosta, contro le partenze per Lampedusa. Nel 2008 il regime di Gheddafi aveva lasciato salpare verso l'Italia più di 30 mila immigrati, un record che ha richiamato in Libia migliaia di persone fino a quel momento bloccate ad Agadez.

Nell'incontro Berlusconi e Gheddafi non parlano solo di immigrazione. Discutono di affari personali, dei 5 miliardi di dollari in vent'anni a carico dell'Eni per il risarcimento dei danni di guerra, di contratti per il petrolio e il gas. Tripoli offre subito un segnale di buona volontà e rispedisce verso il Niger centinaia di migranti rinchiusi nel campo di detenzione della base militare di Al Gatrun. Forse i cadaveri filmati con il telefonino sono la tragica conclusione di una di quelle operazioni. Al Gatrun e Agadez sono separate da 1.490 chilometri di deserto. Dieci giorni di viaggio e in mezzo una sola oasi, Dirkou. Fino a quando non si entra ad Agadez non si può dire di essere sopravvissuti al Sahara. Ma la polizia e l'esercito libici di Al Gatrun non si sono mai preoccupati della sorte degli stranieri una volta lasciati al di là del confine con il Niger. Gli immigrati espulsi vengono scaricati dai camion militari e costretti a proseguire a piedi. Oppure sono affidati ai trafficanti che spesso li abbandonano molto prima di arrivare a destinazione. Dalla linea di frontiera tratteggiata sulla carta geografica, la prima postazione militare del Niger è solo Madama, a 80 chilometri di colline e avvallamenti senza pozzi. Non c'è altro. Ottanta chilometri in cui, persa la rotta e abbandonato il bidone d'acqua per camminare leggeri, si è destinati a morire. Già nel 2005 'L'espresso' aveva scoperto che le operazioni di rimpatrio verso il Niger, dopo il primo accordo tra Berlusconi e Gheddafi, avevano provocato 106 morti in quattro mesi. Ed erano soltanto le cifre ufficiali. Come i 50 schiacciati da un camion sovraccarico che si è rovesciato. Oppure il ragazzo del Ghana mai identificato, sbranato da un branco di cani selvatici durante una sosta a Madama. E le tre ragazze nigeriane morte di sete o le15 raccolte in fin di vita con quattro uomini da un convoglio umanitario francese, dopo essere state abbandonate. Tutti condannati a morte da chi aveva organizzato il loro rimpatrio.

La notizia del filmato arriva a 'L'espresso' nella primavera 2009 durante la preparazione del documentario 'Sulla via di Agadez'. L'uomo con il telefonino però non è più nella città di fango rosso: "È tornato in Libia", sostiene una fonte: "Lo stesso giorno del filmato, a molti chilometri da quei cadaveri, hanno soccorso due ragazzi ancora vivi. I due hanno detto che erano stati costretti dai militari a partire da Al Gatrun. Arrivati nella zona del confine hanno dovuto proseguire a piedi". Nel Sahara i passaparola richiedono molto tempo. Ma di solito vanno a destinazione. Il 16 luglio il dvd con il filmato viene recapitato in redazione. Mancano altre conferme. Bisogna aspettare che l'uomo con il telefonino torni ad Agadez e passano cinque mesi. È il 9 gennaio di quest'anno quando finalmente arrivano le risposte. Nel frattempo il video finisce anche in altre mani. Il 13 dicembre qualcuno lo carica su YouTube dagli Stati Uniti. Dice di averlo ricevuto da Augustine, ospite di un campo di rifugiati a Malta. Augustine però non conosce la storia delle espulsioni a piedi.

Palazzo Chigi sa ufficialmente dal 3 marzo 2004 che gli immigrati bloccati in Libia subiscono maltrattamenti. È la data stampata su un rapporto riservato della presidenza del Consiglio che 'L'espresso' ha potuto leggere. La relazione viene consegnata allo staff di Berlusconi, dopo la visita nel Sahara della delegazione della Protezione civile che deve progettare la costruzione dei centri di detenzione libici: "Si ritiene di dover scegliere, per motivi di opportunità e per una fluidità delle operazioni, la via che impegna il governo italiano in misura ridotta", dice il rapporto: "Tale soluzione ci farebbe calare meno nella configurazione dei centri, in considerazione anche del trattamento che riservano i libici ai cittadini extracomunitari trattenuti nei loro centri, di cui si allega documentazione fotografica". Il governo invece si cala, eccome. Fino a chiedere a Gheddafi di proteggere i nostri confini meridionali. Costi quel che costi. Incuranti che in Italia esiste ancora l'articolo 40 del codice penale. Dice così: "Non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo".

(14 gennaio 2010)



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Straniero, dove sei?

Riduzione di un ironico articolo di Massimo Ghirelli pubblicato sul settimanale Diario, n° 43, anno 1999

Nell'ottobre 1999 venne pubblicato un sondaggio Doxa: solo il 9,3% degli italiani riteneva che gli immigrati fossero un vantaggio per il nostro Paese. Un giornalista, Massimo Ghirelli, scrisse allora un articolo nel quale immaginava che tutti gli stranieri sparissero all'improvviso... Le conseguenze? Divertitevi a leggerle.

Gregorio S., svegliandosi una mattina da sogni agitati, si domandò la causa dello strano silenzio che regnava in casa. Di solito, lo stridulo chiacchiericcio tra la figlia Deborah e Bogena, la domestica polacca che le preparava la colazione, e soprattutto i lamenti del piccolo Alberto, che non voleva assolutamente alzarsi dal letto e andare all'asilo, gli rendevano difficile assaporare i pochi, piacevolissimi minuti che precedevano la faticosa decisione di sollevarsi, guardare l'orologio e cominciare finalmente la giornata. Allungò la mano verso il cuscino della moglie, ma finì per ficcarle un dito nell'orecchio, facendola sobbalzare: anche lei dormiva ancora. Eppure l'orologio parlava chiaro: erano quasi le otto! «Cosa è successo? Non ho sentito i bambini». La moglie era già in piedi, aveva spalancato la finestra, ed era corsa a vedere nella stanza dei ragazzi. «Bambini, è tardissimo, cosa fate ancora a letto? Dov'è finita Bogena?». «Non ne ho idea, mamma, si sarà rotta la sveglia! E io devo fare pure il compito in classe!». Debora era già volata nel bagno, anticipando il padre.

Scosso il piccolo Alberto, che s'era voltato dall'altra parte e aveva nascosto la testa sotto il cuscino, la signora Franca corse alla camera della polacca: vuota, il letto intatto; in cucina, tutto spento, le taparelle abbassate, il caffè ancora da accendere. La ragazza si era volatilizzata, sembrava non avesse nemmeno dormito a casa. «Dove diavolo è finita? E adesso chi li accompagna i ragazzi? Gregorio!!».Il marito era finalmente riuscito a guadagnare il bagno. «Non ce la faccio proprio, cara, ho un appuntamento al cantiere...» «Ho capito, ho capito, vado io...» «E il nonno?» «Tanto Felipe ha le chiavi...». Dieci minuti dopo la signora Franca era già in macchina con i bambini. Ci voleva meno di un quarto d'ora fino alla scuola. e quella mattina il traffico era stranamente ridotto. Non però davanti all'istituto, dove le automobili sostavano a decine, in seconda e addirittura in terza fila: i bambini tutti fuori, i genitori raccolti in capannelli a discutere, le insegnanti piazzate davanti ai cancelli a sbarrate l'entrata. «Ma cosa succede?» «La scuola è chiusa. Pare che il Provveditorato abbia soppresso alcune sezioni per mancanza di bambini» «Come, a metà anno?». Sembrava che tutti gli alunni di provenienza straniera, che nelle elementari erano quasi il 40 % dei bambini dell'istituto, fossero spariti, e con loro le loro famiglie. Senza studenti, metà delle classi rimanevano sotto il numero minimo: e gli insegnanti rischiavano di perdere il posto, e di andare a spasso. Affidati i bambini alla mamma di un compagno di scuola, che si era offerta di tenerli a casa per la mattinata, la signora Franca telefonò a casa, per accertarsi che Felipe, il filippino che accudiva il nonno, fosse arrivato. Il nonno - che era un po' svanito ma al mattino di solito sembrava quasi normale - era agitatissimo: «No che non è arrivato! E adesso chi mi accompagna a prendere la pensione? Oggi è l'ultimo giorno!» «Non ti preoccupare papà, ci penso io; avverto l'ufficio e vengo a prenderti a casa». Al telefono rispose direttamente il capoufficio, che era già furioso perché mancavano la metà delle segretarie («Con la scusa dei bambini, non si trovano più le baby sitter»). Insomma, la polacca, il filippino, i ragazzini della scuola, gli extracomunitari erano spariti dappertutto. La signora Franca era sbalordita, e cominciava a innervosirsi. Forse dopo la posta, pensò bene, era il caso di fare un po' di spesa: se Bogena non fosse tornata prima di pranzo.

Il nonno sembrava aver già perso la lucidità del mattino: lo trovò seduto in ingresso, senza il calzino sinistro, la camicia abbottonata tutta storta, la barba non fatta. «Come faccio senza Felipe? Ma tu sai dove è andato?» «È sparito, sono spariti tutti!». Un'ora dopo erano alla posta, ma anche lì li aspettava una brutta sorpresa: un gruppo di anziani aveva improvvisato una specie di sit-in davanti agli sportelli, e qualcuno più arzillo saltellava ansimando: «Chi non salta pensionato è, è!». Era successo che l'I.N.P.S. aveva trattenuto cautelativamente tutte le pensioni del mese, avevano calcolate le mancate contribuzioni dei lavoratori immigrati scomparsi nel nulla e avevano deciso di sospendere i versamenti fino a data da destinarsi. Non c'era niente da fare, ogni protesta fu inutile. Il nonno aveva perso completamente la bussola: la signora Franca lo mise in macchina quasi di peso, mentre invocava flebilmente il suo fedele filippino: «Felipe...». Attraversarono rapidamente il centro, e parcheggiarono l'auto a pochi metri dal mercatino di quartiere. «Resta qui, papà, faccio in un attimo». Ma anche il mercato era chiuso. Spariti gli stagionali africani e albanesi, dalle bancarelle erano scomparsi anche i pomodori, le carote, i piselli, le barbabietole. Dileguatisi i raccoglitori latinoamericani e maghrebini, erano rimaste sugli alberi tutte le mele del Trentino e le annurche napoletane; e nessuno aveva tagliato e raccolto l'insalatina della Val Trebbia, quella che piaceva tanto al piccolo Alberto. E anche il supermercato, su in piazza, era sbarrato, per l'improvvisa mancanza dei commessi senegalesi, delle donne delle pulizie capoverdiane, dei facchini macedoni. Non restava che tornare a casa; anche perché il nonno dava ormai i numeri, e più tardi bisognava anche recuperare i bambini parcheggiati dai loro amichetti. E l'ufficio della signora Franca? Di fronte al portone, più che seduto. accasciato sul gradino del marciapiede, in un bagno di sudore, il signor Gregorio li accolse con una smorfia che voleva imitare un malinconico sorriso: « Bella giornata, eh?». Era tornato prima dal lavoro, perché al cantiere, dov'era arrivato tardi per l'appuntamento, non c'erano più gli operai: tutti gli edili marocchini, le maestranze jugoslave e anche due contabili pakistani, erano assenti ingiustificati. Perfino il vigilante, un ragazzone rumeno che entrava a malapena nella divisa, si era involato. Il cantiere era fermo, e i costruttori, i fratelli Caltabidone, stavano perdendo un milione per ogni ora di lavoro mancato...

E non era bastato: sulla via del ritorno, il signor Gregorio aveva cercato inutilmente una stazione di servizio aperta, perché i benzinai della zona, quasi tutti extracomunitari, erano svaniti come tutti gli altri; quindi la macchina era rimasta senza benzina, e il nostro amico si era dovuto fare qualcosa come dieci chilometri a piedi, con la borsa sotto il braccio, arrivando a casa praticamente distrutto. Dalla guardiola, intanto, era uscita in lacrime la moglie del portiere: il marito, un diligentissimo signore peruviano, con cui era sposata da oltre 12 anni, s'era dissolto nel nulla, dalla sera alla mattina. «Non sarà scappato con la vostra polacca, quella madonnina infilzata?» «Non toccatemi la mia Bogena, che è un tesoro, una ragazza preziosa...!». Il marito bloccò la signora Franca prima che investisse la povera portiera come un tir impazzito: «Ma che scappato, si sono eclissati tutti, tutti gli immigrati, è come un'epidemia». Lasciato il nonno dalla portiera piangente, Gregorio S. cercò di consolare la moglie, stringendola a sé: «Sai che facciamo? Andiamo a mangiare un boccone qui vicino, da Righetto, alla pizzeria...». La signora Franca non aveva affatto voglia di coccole: «Non mi porti mai fuori a cena, e proprio oggi, che sono ridotta come una zingara...». Però la fame cominciava a farsi sentire anche per lei: così andarono alla pizzeria. Ma da Righetto era rimasto solo Enrico, il proprietario: pizzettaro e aiutante, entrambi egiziani, non si erano presentati al lavoro, e il forno era rimasto spento. Provarono alla trattoria all'angolo: ma aveva chiuso per mancanza di camerieri ai tavoli. E naturalmente, manco a dirlo, il ristorante cinese, due isolati più avanti, quello famoso per la zuppa di pinne di pescecane, non aveva nemmeno aperto.

I cinesi, quella mattina, erano evaporati, proprio come ravioli al vapore, anche dal circondario di Prato, All'alba, tutta la provincia, e in particolare San Donnino, un sobborgo di Campi Bisenzio, si era svegliata in un insolito silenzio: oltre duemila telai avevano inopinatamente smesso di sferragliare - come facevano, giorno e notte, 24 ore su 24, 365 giorni all'anno - in altrettante piccole aziende gestite dagli oltre 15 mila immigrati cinesi della zona; infaticabili produttori di maglie, borse, cinture e pellami di tutti i generi, e fornitori di migliaia di grossisti e negozi in tutta la regione. Nei capannoni, insieme officine e abitazioni, soffocati dall'odore aspro del cuoio, le macchine da cucire, le vecchie singer cromate o i nuovi modelli, luccicavano sinistramente. Anche lì le scuole si erano svuotate, gli alimentari avevano buttato quintali di riso, i bar avevano perso i loro clienti, e avevano chiuso tutti i locali del karaoke, dove i pronipoti di Mao, con "elle" moscia e uno spiccato accento pratese, imitavano Al Bano e Orietta Berti: «Finché la balca va, lasciala andale...».

[...] A Mazara del Vallo, nel trapanese, gli abitanti erano scesi tutti giù al porto, le donne col velo nero, le ragazze coi capelli al vento, in piedi sul molo come le comparse de La terra trema: nove pescherecci su dieci non erano potuti uscire per mancanza di uomini. S'erano eclissati non soltanto i pescatori, ma tutti i residenti tunisini di quella che fino al mattino era la città più "araba" d'Europa. [...]

Ma anche nelle altre città d'Italia l'inopinata sparizione degli immigrati aveva creato il caos più completo: nel modenese, le fabbriche di piastrelle di ceramica erano state chiuse per l'improvvisa mancanza degli operai africani; in provincia di Parma, la scomparsa degli indiani sik, abilissimi nell'allevamento e nella cura delle vacche - considerato il rispetto manifestato verso questi nobili animali nella loro cultura - aveva messo in crisi non soltanto la distribuzione del latte, ma anche la lavorazione di diversi tipi di formaggio, essenziali per l'economia locale; analoga situazione a Mondragone, in Campania, dove i ghanesi impiegati nell'allevamento delle bufale avevano disertato le fattorie, e la produzione delle mozzarelle si era bloccata da un giorno all'altro. Poco lontano, a Villa Literno e in tutto il casertano, i rossi pomodori sammarzano marcivano sotto un sole inclemente, abbandonati da 10 mila stagionali extracomunitari liquefattisi nella notte.

[...] A Roma l'Osservatore Romano uscì il pomeriggio in edizione straordinaria, con un titolo a nove colonne sulle oltre 200 parrocchie rimaste senza sacerdote per l'immotivata assenza dei preti stranieri; a Genova, la città più anziana della penisola, la Protezione Civile dovette intervenire per assistere i vecchietti arterosclerotici, che privati dei loro accompagnatori asiatici, giravano per vicoli e carrugi senza più riuscire a trovare la strada di casa. A Firenze, oltre 150 ristoranti cinesi, abbandonati, erano stati occupati dai tifosi viola, esasperati per la scomparsa di Batistuta e degli altri "stranieri" della squadra.

La situazione più drammatica, forse, si dovette registrare nella provincia di Piacenza: dove il sindaco leghista di un paesino della bassa Padania aveva rischiato il linciaggio da parte dei piccoli imprenditori locali, convinti che fosse stato lui - come aveva minacciato tante volte - a far andar via tutti i lavoratori extracomunitari, rendendo impossibile ogni attività produttiva.

Quella sera, il Ragioniere dello Stato Monorchio, intervistato a reti unificate, fornì un quadro dettagliato della catastrofe provocata dalla sparizione degli immigrati: 540 mila lavoratori dipendenti in meno; 20 mila lavoratori autonomi scomparsi; oltre 150 mila famiglie italiane abbandonate dalle 60 mila collaboratrici domestiche extracomunitarie; un "buco" di 166 mila avviati al lavoro in meno ogni anno; una voragine previdenziale di 2400 miliardi di lire di contributi mancati, con fosche previsioni per l'avvenire di oltre 9 milioni di pensionati. La ministra Turco, accanto a lui, snocciolava le cifre degli Affari Sociali: 80 mila banchi vuoti nelle scuole, 120 mila mariti o mogli senza i rispettivi coniugi stranieri, un ulteriore calo demografico di quasi 2 punti in un Paese che conta già una percentuale di anziani del 23 %, tra le più alte del mondo, destinata a raddoppiare in meno di 50 anni. In un angolo, con le occhiaie più profonde del solito, il ministro delle Finanze, Visco, nell'atto di annunciare un aumento delle tasse del 17%, scoppiò in un pianto dirotto.

Ma Gregorio S. e sua moglie, la signora Franca, non stavano ascoltando il telegiornale: litigavano ormai da due ore, rinfacciandosi il vergognoso disordine della casa, rimproverandosi per non aver fatto la spesa, biasimandosi l'un l'altra per aver abbandonato i bambini a casa degli amici. Protestando, lui, per la cena fredda e la camicia non stirata; e lamentandosi, lei, perché il capoufficio l'avrebbe licenziata e lei non intendeva certo tornare a fare la casalinga e lui si illudeva se pensava di aver trovato una serva e quel rimbambito del nonno non era certo suo padre e se lo doveva sorbire lui e...

Il signor S. quella notte fu spedito a dormire sul divano, mentre la signora Franca, ormai in preda a una crisi isterica, raddrizzava ululando tutte le stampelle di ferro della tintoria per farne spilloni da infilzare nel cuscino del marito; e il nonno si rigirava nel letto, invocando sommessamente il suo filippino. All'una e mezza Gregorio S. si infilò il cappotto e prese le chiavi della macchina della moglie, deciso ad affogare la frustrazione in un bottiglia di whisky e qualche ora di trasgressione. Tornò a casa all'alba, con gli occhiali rotti e un occhio nero. Aveva scambiato una farmacista, la dottoressa Fabretti, una vistosa mora di origini romagnole, per un viado brasiliano.

*Luoghi, cifre e circostanze non sono di fantasia. I dati sono stati raccolti dall'Archivio dell'Immigrazione di Roma e dal dossier statistico della Caritas 1999.
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